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Artista facente
parte della ASHANTI®GALLERIA
| arte
contemporanea dal 2010
Andrea
Pacanowski nasce a Roma in una famiglia caratterizzata da una forte
sensibilità artistica: padre architetto, zia pittrice dell’Ecole de
Paris, nonna scultrice. Su queste basi costruirà il suo percorso di
formazione: si diploma al liceo artistico e successivamente inizia la
gavetta nello studio di Alberta Tiburzi, fotografa italiana di fama
internazionale.E’
fotografo di moda da oltre 20 anni. Ha lavorato sia in Italia che
all’estero, principalmente in Canada e negli Stati Uniti, affermando la
propria creatività con collaborazioni editoriali (Marie Claire, Elle,
Vogue Italia, L’Uomo Vogue, Cosmopolitan, Kult), pubblicazioni di
servizi fotografici e campagne pubbliciti e. Attualmente vive e lavora a
Roma. Dalla sua continua sperimentazione, in costante dialogo con i
trend del panorama artistico contemporaneo, ha origine oggi
un’evoluzione ed una ricerca tecnica in cui la fotografia sembra
mescolarsi alla pittura in un connubio che da virtuale diviene reale,
tangibile. Il linguaggio fotografico viene così esasperato fino alla
creazione di immagini pittoriche tridimensionali, originali ed
uniche. Dall’utilizzo di una tecnica del tutto inusuale, dove la
fotografia rimane tale senza alcun intervento di post-produzione,
nascono soluzioni infinite in cui l’immagine diventa quadro. Tale
tecnica fotografica, già complessa ed elaborata, è stata ripresa e
sviluppata nella sua trasposizione audiovisiva con il valore aggiunto
del movimento, della dinamicità e del suono, come nella video
installazione “Acquario”. Ed è proprio nel ricercare la giusta luce,
l’allineamento delle forme, l’accostamento dei colori, il punto di vista
perfetto, che il video ripercorre la sua esperienza artistica
fotografica.
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ESISTENZE IN MOVIMENTO DENTRO LE IMMAGINI
Andrea
Pacanowski ha attraversato un percorso stilistico simile a quello di
grandi maestri, senza che questa considerazione voglia essere catalogata
come uno dei numerosi paragoni stilistici che troppo spesso con
superficialità, si leggono nei testi di coloro che fanno il mio stesso
mestiere:
Pacanowski non è infatti un pittore; egli è di fatto un artista senza
pennello e senza solventi né colori artificiali.
Pacanowski è artista con il cavalletto; di quelli a tre piedi, però.
Questo giovane romano di origine polacca, nasce inconsapevolmente tale,
per un DNA, che come egli racconta, risiede nella sua famiglia da più
generazioni. Ancora libero da pregiudizi scolastici, guidato dalla sola
sensibilità e sulle orme ancora fresche dei suoi genitori, egli rivolge
le proprie attenzioni su ciò che lo circonda, stimolato da un istintivo
desiderio di approfondimento e sospinto dal più primitivo gusto del
riscoprire, del toccare e manipolare, superando fin dal principio il
solo senso della vista. Egli vive per anni compreso in un cammino senza
soste dove potersi rifocillare, ma piuttosto contrastante gli entusiasmi
di chi giovanissimo, raggiunto presto l'apice del successo
professionale, perduto ogni stimolo, persevera tenace lavorando fino a
maturazione, pronto per un nuovo cammino. Oggi questo artista vive
sprigionando cumuli di energia dalla sua mente prima ancora che dalle
sue mani; le stesse, tuttavia, in simultanea complicità, fremono nel
desiderio di plasmare la materia, rifiutando categoricamente la mera
realizzazione dell'opera, la cui riuscita risieda unicamente nel creare
un oggetto a cui dare la giusta collocazione. Piuttosto, Pacanowski
scende a confronto con l'oggetto della sua creazione, ipotizzando per
esso già sistemi aperti di relazioni che coinvolgano l'intera sfera
sensoriale tra lui e il fruitore, nella sua totalità. Con le sue
fotografie egli vuole significare un modo particolare di fare arte, con
la quale instaurare un dialogo, come per rendere l'opera stessa
dissolubile in un processo di relazioni interattive in continua
metamorfosi. Pensiamo all'immagine “Uomini” nel suo
reiterarsi sempre diverso delle figure umane distinguibili, seppur nel
loro aspetto liqueforme. L'artista in questo caso come in altri,
introduce con nuovo vigore la propria intenzione nel far confluire nella
fotografia relazioni e interazioni fra i più diversi linguaggi
espressivi che appartengono alle varie forme di arte, nonché il suo
personale tentativo di elaborare una sorta di morfologia
dell'espressione artistica e contemporanea. Egli compone la sua opera al
pari di un musicista: la immagina perfettamente già nella sua mente e si
serve per realizzarla di strumenti in totale armonia con i suoi
pensieri, dando vita a quel sistema artistico di apertura, per cui ci si
possa dirottare su strade prive di frontiere e in continua evoluzione.
Si tratta di un'aspirazione per certi aspetti alchemica, nel tentativo
riuscito di creare un linguaggio basato sulle sinestesie e sugli aspetti
polisensoriali che risiedono appunto nelle probabili diversità di
espressione. Tutti questi elementi messi insieme assumono in Pacanowski
significato e urgenza particolari, fin dal primo momento in cui questo
artista si prepara a creare il set per il suo primo scatto. In maniera
totalmente opposta egli si pone di fronte alla fotografia d'autore,
troppe volte talmente distaccata e inespressiva nella resa, che è
perfino difficile giudicarla tale: essa infatti si è appropriata del suo
stesso universo, così vasto e articolato come di fatto è il mondo
naturale, anch'esso interalleato e multiforme, servendosi del
linguaggio tipico della comunicazione sociale, perdendo in questo modo
carattere nel volersi uniformare nella propria accezione creativa.
Vi è inoltre un triste paradosso nel constatare come la pura fotografia,
unico mezzo la cui resa di immagine possa essere totalmente fedele alla
realtà, di essa finisca per mutarne i connotati, ormai totalmente
travolta dalla ossessiva e fedifraga presunzione del fotoritocco.
Pacanowski si pone di fronte allo stesso universo, reale e tangibile, ma
con tutt'altri propositi, senza l'intenzionalità della post-produzione e
senza avvalersi di strumenti tecnologici, se non al momento dello
scatto.
La sua idea di opera d'arte consiste propriamente in questo; egli non si
pone l'interrogativo di quanto essa possa rivelarsi compresa tra
un'identità fragile, confusa e difficile da sostenere, ma piuttosto
grava in quest'artista l'incognita più complessa di quella realtà ancora
inesplorata, che pronta per essere colta, disseminata e perfino
proteiforme, davvero lo attrae e allo stesso tempo lo confonde per la
sua molteplicità. Egli considera più importante possedere nuovi
strumenti di giudizio e di interpretazione, per poi poterli integrare a
quelli consueti, al fine di riuscire in un approccio interdisciplinare
attraverso cui distinguere e definire quei modelli artificiosi, fondati
soprattutto sulle apparenze. Dunque in Pacanowski risiede l'animo di
colui che in perenne frenesia, motivato dall'amore, dal rispetto, dal
timore e dall'entusiasmo per questa nuova vita, la ritorna ad apprezzare
per assaporarne le infinitesimali sfumature scatto dopo scatto, senza
ripensamenti. Se i grandi maestri della storia dell'arte, spesso hanno
intrapreso un percorso stilistico per poi abbandonarlo, trasformarlo o
addirittura rinnegarlo, in nome di qualcosa di assolutamente opposto,
ad esempio nel passaggio da un periodo figurativo a quello astratto,
diversamente nelle fotografie di Pacanowski, l'immagine reale si perde
dentro la matericità dei suoi stessi colori, quale riconferma della sola
presenza preordinata al momento dello scatto. Come egli giunga nella
realizzazione di opere di vera pittura solo fotografando, risiede in
quella formula alchemica, per cui da ogni opera egli sprigiona
un'impalpabile melodia musicale. Le sue immagini infatti vogliono
stimolare tutti i sensi, così come proprio da essi esse scaturiscono:
dal ruvido al grezzo, al liquefarsi di certe forme trasparenti, che
lentamente si fondono in altrettante diversamente tangibili, talvolta
riuscendo nella percezione delicatissima del ton sur ton.
Molteplici i segni o i segnali che si leggono su quei materiali che
fungono da supporto primario nella realizzazione dell'opera stessa: la
materia si trasforma in verbo attraverso il quale poter comunicare. In
superficie essa si nutre del forte cromatismo per cui mette in evidenza
tutte le campiture di luce, più in profondità essa funge da supporto
materico, già determinato dall'artista all'inizio del suo operare e che
se indefinibile per noi spettatori, risulta determinante per la riuscita
stessa della fotografia. E ancora nella loro intimità, l'artista scava
gli animi facendo risultare il segno grafico, gestuale della messa in
opera, rapido quanto il “click” di uno scatto, che procedendo
all'infinito trama matasse intricate e dense, quasi come fossero delle
esemplari metafore pittoriche: Sensualità, Malinconia, Caos e poi ancora
Ordine, quindi Silenzi, Sentimento e Passione, Meditazione. Sono dunque
queste le diverse emozioni che compongono l'insieme fotografico in cui
si alternano zone di colore piatto, uniforme, quasi impenetrabili e
impermeabili, come l'idea della terraferma in un tormentoso pullulare di
numerose emozioni, che solo la fotografia può immortalare. Dalle
fotografie di questo artista, traspira il senso del tempo che lento
passa tra uno scatto e l'altro, esattamente come avviene in pittura nel
raggiungimento di una sedimentazione espressiva. Nelle opere
fotografiche di Pacanowski il tempo scandisce simil pennellate
materiche, che sovrapponendosi l'una all'altra, finiscono nel generare
architetture segniche sterminate: non nella loro estensione spaziale, ma
nella profondità e nel peso esistenziale che esse suggeriscono, di una
vita vissuta fino ad ora, con estrema passione.
Testo critico a cura di Miriam Castelnuovo
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