Critica
I PARADOSSI DELLA SUPERFICIE PITTORICA DI ROMINA BASSU
Osservando il lavoro di Romina Bassu, molti degli inspiegabili interrogativi che
da sempre hanno assillato lo spettatore dinanzi alla prestazione della pittura,
restano assolutamente attuali e pertinenti. Perchè, ad esempio, alla
drammaticità cruciale di un evento tragico che dovrebbe fare inorridire chiunque
si soffermi a ricordarlo o si ponga in presa diretta a guardarlo, la pittura
resta impassibile, stoicamente serena come un testimone il cui giudizio rimarrà
inalterabile ad ogni costo? Non è forse questo, lo stesso occhio spassionato che
appartiene ad un Manet nella fucilazione di Massimiliano, al Velasquez della
Infanta o, giungendo fino a noi, ad un Hockney o ad un Ben Shan?
Sono grandi nomi da fare per un esordiente, me ne rendo conto, ma il paradosso
tra la sofferenza umana e la serenità dell’arte resta ed è proprio lo stesso,
eternamente tale, anche nella pittura di Romina. E questo è un grande punto a
suo favore non c’è dubbio!
Romina è davvero dotata, dipinge con trascurata noncuranza soggetti
completamente diversi con la stessa smagliante freschezza, che consiste in una
sorta di stupore, ogni volta rinnovato, dinanzi alla scena del mondo, sia che
esso evochi le catastrofi ecologiche di cui purtroppo il nostro tempo è un
inevitabile fautore, sia che estragga frammenti temporali o riprese di oggetti,
di persone e di animali, la cui figura è destinata ad imprimersi in noi
attraverso la bellezza fragile ed impermanente dell’istante!
La tetra minaccia di un mondo che non produce quasi più nulla di naturale ( il
riferimento pressoché alchemico di una Grande Madre, che invece di stillare
latte, secerne scuri rivoli di petrolio, per un umanità in dissolvenza) si
traduce nella tersa presenza di colori appena appoggiati sulla tela, come fa la
vernice dell’ imbianchino, che rende nuova ogni cosa, anche la più vecchia e
consumata.
«La profondità» scriveva Hoffmanstahl, «si nasconde alla superficie» e non v’è
dubbio che la pittura sia proprio il regno sovrano della superficie, dove tutto
ciò che viene esibito senza pudore si nasconde al tempo stesso dentro il suo
“doppio fondo” da prestidigitatore!
testo critico a cura di Giovanna Dalla Chiesa