Critica 

L’uomo ha l’autentica dimora della sua esistenza nel linguaggio; da sempre ricerca svariate espressioni per comunicare la propria interiorità, il proprio mondo di immagini, sentimenti. Eppure, il rapporto che l’uomo ha con il linguaggio, è indeterminato e oscuro in quanto, gli impulsi che arrivano all’uomo dall’esterno sono sempre più numerosi, tanto da creare una corsa affannosa alla ricerca di una forma espressiva nuova. Forma che molto spesso non è dettata da un impulso interiore profondo, tanto che, una volta raggiunta, se ne scopre la sua ina deguatezza. Riccardo Perrone è convinto che il linguaggio artistico abbia bisogno di una “spinta verso un’introspezione ancora più marcata”. Pensa il suo lavoro artistico come rappresentazione, alla quale corrisponde l’ascolto, la contenplazione, il silenzio, e non come lotta per l’esistenza. Ha chiaro che la forza del
“fare” pittura sta nel ricercarne la sua essenza e non nella forma che l’abbellisce. L’opera, da Riccardo Perrone, è intesa come il luogo che separa l’artista dallo spettatore. E’ lo spazio che, estendendosi all’infinito, racchiude l’universo cosmico e in cui accade un evento che si manifesta, alla percezione dell’uomo, attraverso un procedimento di perdizione. Tutte le forze vengono coinvolte dal moto di luce popolato da segni che creano dei processi vitali. Il campo dove l’artista compie l’azione è un evento che non aggredisce lo spettatore, pur trasmettendogli una tensione.
di ALBA VISCONTI Maggio 1993


"PUNTI DI CONTATTO"
Dal momento che la pittura è più rapida della scrittura nel proporsi all’attenzione,ìdiventa maggiormente adatta a tradurre i moti dello spirito fissandoli nel momento in cui nascono ed è più ricca di disponibilità interpretative con le varie sollecitazioni  emotive ed intelletuali. Convinto che la pittura si rivolge più allo spirito che agli occhi Riccardo Perrone si è proposto di riconquistare alla visione ciò che era  rimasto nell’intimità dello spirito e nella virtualità del corpo. Tapies in occasione di una sua conferenza all’Università Menendez a Santander  negli anni ’50 aveva spiegato da par suo che “quando si tratta di formare una nuova  visione della realtà, non ci si può accontentare di rimaneggiare forme sorpassate e  topiche, perchè ad ogni contenuto deve corrispondere una forma nuova”. Il pittore deve saper visualizzare altri aspetti della realtà globale che non si esauriscono
in reiterate immagini, spostando il suo interesse sulle diverse proposte della stessa realtà, “fisici e metafisici, visibili o invisibili, percepibili o intuibili”.
Può quindi esprimersi in macchie di colore, in semplici tocchi marerici, in dissolvenze  timbriche, in emergenze sintomatiche. Perrone lavora con un metodo non certo facile,  non è prodigo di effetti. Per lui la pittura ha inizio quando le parole sembrano non essere più in gioco. Imprime le caratteristiche della sua immaginazione servendosi di  una materia fragile ed il suo atto creativo è ricavato con lungo procedimento da una
superficie “subdolamente” passiva. La sua gestualità emerge da questo campo autonomo elevandosi al rango di forma non epidodicamente ma come traccia di una latente rappresentazione mentale.
di FRANCA CALZAVACCA


“Oggi a prescindere da ogni influsso estremorientale, si può affermare che la nostra arte, e in genere tutto il nostro modo di pensare, avverte il bisogno di affrancarsi dal troppo pieno, dal troppo veloce, dal continuo, per raggiungere una condizione di sospensione, di rarefazione, di discontinuità”. Questa acuta diagnosi che Dorfles pone al centro del suo libro, L’intervallo perduto, con il conseguente appello al recupero della pausa nei molteplici significati che vanno dall’assenza al silenzio fino alla riflessione, risulta una stimolante intrduzione al lavoro che Riccardo Perrone svolge ormai da alcuni anni, con lucida coerenza, appartato nel suo studio fiorentino. Il tema centrale degli oli e delle carte di Riccardo può essere infatti definito un invito alla percezione del vuoto, inteso non come negazione, ma alternativa dialettica e di pari valore rispetto al pino, con il quale stabilisce ogni volta rinnovati e neccessari rapporti di equilibrio. Su questa via, che passa da un’idea di immagine essenziale, sintesi di figurazione e fenomeno, così come l’aveva intesa Klee fin dal primo dopoguerra, e trova poi tangenze con il mondo orientale zen, riletto nell’interpretazione dilatata e rarefatta delle monumentali tele di Rothko e della “scrittura bianca” di Tobey, si inserisce la ricerca di Riccardo Perrone. Per lui, il discorso sul vuoto era partito dal rapporto di toni chiari e segni – l’artista parla di Twombly per i grumi di intricata elegante grafia -, depurandosi tuttavia da ogni scoria di sensazione in eccesso, per arrestarsi sapientemente sulla soglia di un minimalismo verso cui egli tende senza però rinunciare ad una preziosa complessità di visione. La tecnica viene quasi di conseguenza: un lungo lavoro di trasparenze ottenute stendendo, raschiando, usando carta di giornale bagnata che agisce come matrice e insieme tampone, sfocando il gesto del pennello, come per allontanare la passione e trasmettere all’insieme il sentimento del tempo. Le grandi tele del’95, dall’apparenza delicatamente scrostata per il fitto sovrapporsi di velature in chiaro, su cui il rosso alonato di poche significative tracce spicca senza far rumore, fanno così pensare a qualche frammento di affresco o alla superficie, satura di microtracce di vita, di un vecchio muro. Un modo di costruire con cui l’artista oppone un ostacolo fermo ad una considerazione superficiale e frettolosa, obbligando l’osservatore ad un vedere lento e talvolta ostinato, in cui l’immagine si lascia scoprire soltanto a poco a poco affidandosi all’esile appoggio del segno. Dai bianchi morbidi, dove “tutti i colori affievoliscono di suono”, e appare sempre più persistente l’affiorare di una forma – forse di un volto – Riccardo passa improvvisamente, come per misurare la validità della propria ricerca, all’uso esclusivo del nero, colore severo e difficile, cui già Kandinsky dava il significato musicale di una pausa finale. L’artista affronta il nero e lo prova: con la stessa tecnica, trasferita ora nel catrame variamente diluito, si immerge nella nuova dimensione non come in un mondo compatto e fermo, ma un universo vivo da cui estrarne trasparenze, e introdurre così, come è stato scritto per la pittura cinese, “il vuoto nel cuore stesso del pieno”. La risposta che egli riceve è seducente; non solo la gamma delle sfumature, e così il loro valore espressivo si amplia a dismisura, acquistando un risalto inusitato, ma anche il segno e la forma ovale, affioranti da varchi profondi, conquistano il suggello della presenza, mantenendo insieme l’aspetto dell’”opera apera”. Accanto alla serie dei neri, che l’artista significativamente riunisce come in un lungo discorso intessuto di pause e di sospensioni, sono nate in questi ultimi mesi numerose carte. Con il catrame e la cera, Riccardo ha creato preziosità vellutate e insondabili, su cui il segno dello stick a olio, riportato attraverso un foglio interposto, mantiene ancora il sapore del gesto, ma come filtrato attraverso la lenta vertigine della riflessione.
Così gli ovali come volti, circondati e logorati dai vuoti, abbandonano ogni residuo di staticità, trasformandosi in sempre nuove allusioni a forme possibili di un’esistenza come genesi.
di SUSANNA RAGIONIERI