B Come Berlino, percorsa da Stefano Snaidero a quindici anni
dalla “caduta del Muro”.
Il progetto nasce da una domanda: si può ancora parlare di Berlino Est?
E come Etnie. Diverse quelle che convivono e si muovono nel reticolato urbano e sociale: attori protagonisti negli scatti, i personaggi “ritratti” diventano i secondi , i minuti, le ore che scandiscono il percorso dell’indagine fotografica con un Tempo per ogni vita;quello della protesta, l’attesa, lo svago, l’incontro.
R come Ritratto di una città che cambia volto. Orizzonti visivi ampliati dalle nuove architetture.
Orizzonti mentali che si aprono ai nuovi fermenti e diventano Arte.
Quella descritta da Stefano è una Berlino in cui si intrecciano le Geografie umane e urbane.
L la scelta consapevole di osservare, senza giudizio una città che tenta un dialogo con il proprio passato, un approccio diverso alla storia e dove il futuro è la realtà dominante.
I come l’Inquadratura che si muove di pari passo con questa scelta: dal basso verso l’alto, di scorcio, molto spesso dietro i personaggi, si muove silenziosamente, quasi a non voler “disturbare” il frenetico o lento fluire della realtà che la circonda e tanto affascina ogni visitatore.
N come No-Limit della fotografia, che non esaurisce il proprio compito nel taglio orizzontale o verticale degli scatti ma continua oltre la cornice, lasciando definire il confine o il proseguimento all’immaginazione di chi la osserva.
                                                                                                                            testo critico a cura di Enrica Fontanini

Raramente un’idea ha un tale riscontro nella realtà.
Il progetto Ost Berlin era partito a Roma, a febbraio, con una chiacchierata davanti al Panteon e la vaga sensazione che Berlino avesse quello che cercavamo.
La nuova Europa allargata a Est. I segni della Guerra Fredda. Una nuova geografia urbana dovuta all’arrivo di immigrati. La capacità di far convivere etnie diverse. Un’incredibile vitalità culturale.
Quattro giorni a fine maggio erano bastati: la città l’avevamo girata solo in parte (e come avremmo fatto a vederla tutta?), ma l’atmosfera ci aveva conquistato.
Alloggiavamo a Karl Marx Allee, tre fermate da Alexander Platz, un’immensa arteria che collega Berlino a Varsavia e Varsavia a Mosca. La Polonia era lì, a tre quarti d’ora di macchina. Per il nostro progetto, Berlino la porta che collega l’oriente e l’occidente d’Europa, era la sistemazione ideale.
All’inizio ci era sembrato, per un attimo, di brancolare nel buio. Berlino era una città troppo grande per trovare una chiave di lettura che non fosse già diventata di moda, per cercare qualcosa che ne fosse un nuovo simbolo e allo stesso tempo un aspetto tipico.
Poi è arrivata la Russendisko. Il libro di Kaminer lo abbiamo avuto in mano per caso, un testo fra i tanti di una bibliografia che si annunciava infinita. Era la chiave che cercavamo.
Le attività culturali di artisti dell’est. Berlino ne era piena, e la Russendisko era solo la punta più evidente dell’iceberg.
Radio Multikulti, la storica radio multiculturale con programmi polacchi, russi, albanesi…
Il “Club dei falliti polacchi”, un’associazione che promuove concerti, dibattiti, film, mostre.
Leszek Herman, uno scrittore polacco autore del libro “Il Club degli uomini-wurstel tedeschi”, satira fantascientifica dell’entrata in Europa della Polonia e del suo rapporto storicamente conflittuale con la Germania.
E poi: case discografiche, gallerie d’arte, piccoli cineclub e locali autogestiti…
Ma soprattutto, e di questo ce ne eravamo resi conto fin dall’inizio, l’atmosfera della città: il muro non è mai caduto, si potrebbe pensare girando fra i palazzoni di Marzanh che attirano ancora oggi immigrati polacchi e russi. Il muro non è ancora caduto, abbiamo pensato mentre domandavamo nelle interviste se esistessero ancora differenze fra est e ovest: sì, certo che esistono, rispondeva la maggior parte degli intervistati.
Quello delle interviste è stato un altro aspetto che ci ha fatto capire Berlino. Due settimane e mezzo di incontri e colloqui a tappeto, con politici, ambasciatori, mediatori culturali, artisti, gente comune. I dubbi iniziali si sono presto spenti: abbiamo trovato di fronte a noi una disponibilità quasi completa. Anche questa serenità e questa gentilezza sono parte dell’anima di Berlino.
Parlando con le persone ci è sembrato subito chiarissimo: il rapporto con l’Est non è solo una questione di attualità. È la chiave storica della città, divisa e aperta al tempo stesso, simbolo comune della nuova Europa e della propria, personalissima, storia.
Berlino, in fondo, continua ad essere quello che è sempre stata: un laboratorio di idee, di tentativi, di sperimentazioni. Una città del futuro prossimo situata al centro dell’Europa, alla simbolica frontiera fra Est e Ovest.


testo a cura di Daniele Comberiati